A fronte del rapido declino della biodiversità a livello globale, l’ISPRA ha deciso di dedicare la Monografia 2025 di Reticula interamente al costante lavoro di studio e salvaguardia svolto sul territorio italiano.

È ormai ampiamente dimostrato come la biodiversità eserciti un ruolo fondamentale nel funzionamento degli ecosistemi, così come sono noti gli effetti dei cambiamenti climatici su questo delicato equilibrio. Tra gli studi presentati figura l’ambizioso progetto sulla biodiversità alpina, avviato dal Parco Nazionale Gran Paradiso e di cui il Parco Naturale Alpe Veglia e Alpe Devero è partner fin dalle origini.

Gli ecosistemi montani sono caratterizzati da un’elevata ricchezza specifica e da specie con adattamenti peculiari alle alte quote e alle basse temperature; le loro popolazioni, spesso piccole e isolate, risultano particolarmente sensibili alle variazioni climatiche e ambientali. Il monitoraggio, iniziato nel 2006, costituisce una fonte preziosa per comprendere i cambiamenti in atto: la scelta di ripetere i campionamenti ogni quattro anni ha permesso di evidenziare le dinamiche già in corso sulle Alpi.

Il progetto coinvolge attualmente sei Aree Protette, per un totale di 24 transetti percorsi ogni anno di monitoraggio e 132 stazioni di campionamento indagate per lo studio di sette taxa. Questi numeri sottolineano l’ingente sforzo profuso dai singoli Parchi per monitorare i nostri ecosistemi.

Per esempio, confrontando la distribuzione delle farfalle tra il primo biennio di campionamento (2006-2008) e il secondo (2012-2013), si nota in soli quattro anni un incremento della distribuzione delle singole specie e della ricchezza specifica per stazione. Emerge tuttavia che i lepidotteri tipici delle quote elevate — in particolare le specie monofaghe, le specialiste altitudinali e quelle strettamente legate all’ambiente alpino — mostrano un tasso di crescita inferiore alle altre.

Ciò indica che, in tempi biologicamente brevi, le farfalle delle quote inferiori sono riuscite a colonizzare ambienti precedentemente preclusi, mentre le specie evolutesi per sopravvivere al rigido ambiente alpino non hanno mostrato la stessa capacità di espansione. La difficoltà di adattamento di queste “specialiste” riflette mutamenti dell’habitat difficili da quantificare direttamente; per questo è fondamentale disporre di specie indicatrici che permettano di intercettare le trasformazioni in corso.

È proprio la continuità nel lungo periodo di questi studi all’interno delle Aree Protette a consentire di avere una “cartina di tornasole” per la biodiversità alpina. L’individuazione delle diverse vulnerabilità — a livello di specie, comunità e habitat — si rivela infatti essenziale per la programmazione gestionale di ogni Ente.

Per leggere la Monografia 2025 per intero, clicca qui. 

 

 

 

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