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L'insediamento di Salecchio

Scuola Media di Preglia di Crevoladossola, 2^ B

"I WALSER DEL SILENZIO": SALECCHIO

Le origini

Fu un movimento migratorio che indusse i pastori walser a entrare nella Val Formazza e a rifugiarsi a Salecchio, dove fondarono due colonie sotto la giurisdizione dei valvassori De Rodis. Furono i Pontemaglio a stimolare l’insediamento dei walser proprio in queste terre di Salecchio: in un primo tempo il villaggio fu retto da un vicario (una specie di giudice con competenze in diritto civile e penale), non sgradito ai feudatari.

Il paese

Salecchio è un paesino soleggiato che si trova su un altopiano montano, a strapiombo sulla valle Antigorio. E’ circondato da folti boschi di conifere e vaste praterie.
Si divide in due frazioni: Salecchio inferiore (1320 metri d’altezza), che si divide a sua volta in 2 grandi gruppi di case (il primo ai piedi della parrocchia dedicata all’Assunta con cimitero attiguo; il secondo è la sede di una piccola scuola); Salecchio superiore (1510 m.), che si stringe attorno all’oratorio di S.Giuseppe.
Altri due piccoli insediamenti erano quelli di Morando (qualche casa e qualche stalla) e Casa Francoli (sul sentiero per Formazza).
Sul pendio sopra a Salecchio ci sono molte stalle e fienili, dove il bestiame trascorreva l’estate e l’autunno. Basti pensare che nel villaggio ci sono 50 stalle e 25 case; un rapporto di 2 a 1, perché le prime servivano come tappe per raggiungere il punto di raccolta in inverno; così, d’estate, al di sopra del bosco, le bestie potevano pascolare in un’ampia prateria, dove c’erano le baite dell’Alpe Campo (il più grande alpeggio di Salecchio, che aveva una capacità di 60-70 bovini in un arco di 60 giorni) e dell’Alpe Casarola .

Le vie di accesso

Quella di Salecchio è una zona difficile da raggiungere, tanto che è stata definita “un vero nido d’aquile”: per arrivarci, si parte dal Passo, frazione di Premia e si attraversa una mulattiera selciata, che va a zig-zag fino a raggiungere il paesino e che richiede un’ora e mezza di cammino. Tale sentiero era pericolosissimo, tanto che ci furono anche molti morti.
Per raggiungere la Val Formazza partendo da Salecchio, invece di scendere a fondovalle, si può prendere un’altra stradina che corre sui 1400m di altezza e giunge al santuario di Antillone; questa strada era molto frequentata dai salecchiesi che, in questo modo, poterono tenere rapporti coi walser in territorio svizzero. Un altro sentiero, infine, collega il villaggio ad Agaro, tramite il passo del Muretto, che saliva lungo la parete rocciosa del paese, intorno ai 2347m. di altezza.

La storia 

Tutta l’Ossola superiore, nel 1381, decise di staccarsi dall’autorità del vescovo di Novara e con l’atto di dedizione si unì al duca di Milano, Gian Galeazzo Visconti. Questi riconfermarono il possesso ai De Rodis fino al 1477; in seguito (XVI sec.) questi si estinsero e furono sostituiti dai Marini di Crodo.
Sotto il loro dominio furono pubblicati gli statuti di Salecchio (con 74 articoli, ripresi in parte dalla Curia di mattarella, in parte dalla giurisdizione di Antigorio). In essi si prevedevano pene durissime, come la legge del taglione per i feritori, la decapitazione per gli omicidi, la forca per i ladri, la fustigazione per le adultere. Vengono poi menzionati i diritti dei nobili Marini, come il privilegio di caccia, il diritto di imposta del 5 % sugli acquisti e la confisca dei beni in caso di morte.
Poiché le chiese e le case erano in pericolo per le valanghe, era anche severamente proibito tagliare le piante che proteggevano i villaggi.
I salecchiesi cominciarono ad essere stanchi di subire la giurisdizione dei Marini e mezzo secolo più tardi denunciarono i fatti al giudice di Mattarella. Nel 1646, i territori di Agaro e Salecchio vennero messi all’asta dai Visconti di Milano e furono comprati dal conte Giulio Monti di Valsassina che, in seguito, ebbe la concessione del titolo di marchese di Salecchio. Tra i suoi diritti c’erano i seguenti: diritto ad una tassa sugli acquisti di terreni e proibizione di ogni tipo di caccia. Certo, tale tassazione era più sopportabile della precedente; tuttavia, dopo qualche tempo, Salecchio e Agaro finirono per passare comunque sotto le dirette dipendenze dello Stato di Milano. Quando, nel XVI sec., il casato De Rhodis si estinse, i Marini di Crodo presero possesso del salecchiese e di Agaro. 
In seguito, dopo la dominazione spagnola, l’Ossola e il Piemonte vennero trasferiti nel Regno d’Italia, e neanche Salecchio rimase autonoma. Più tardi, nel 1928, un decreto fascista decise di fondere il villaggio con Premia, mettendo fine ai 700 anni di indipendenza di Salecchio. Dei commissari fecero un controllo delle carte e tennero quelle di carattere ufficiale, mentre delle altre fecero un falò. Così della storia civile e religiosa di Salecchio non rimase più nulla. (foto ultimo sindaco di Salecchio –Antonio Pali)

La vita religiosa

Per quanto riguarda la vita religiosa di Salecchio, ricordiamo l’antico documento dell’archivio parrocchiale che risale al 1470 e che riguarda la fondazione della chiesa di S. Maria; si riferisce ad un concordato tra i salecchiesi e i due parroci Bartolomeo Lamino e Antonio Crosta della chiesa di S. Gaudenzio di Baceno. Costoro celebravano a pagamento festività e funerali. Queste dipendenze, però, erano molto gravose, perché i salecchiesi dovevano affrontare un lungo viaggio per far battezzare i neonati; così come i parroci, che nel viaggio rischiavano la vita ogni volta. Ecco perché Salecchio ebbe sempre il desiderio di un proprio sacerdote e di una chiesa.
La chiesa S. Maria, nel 1627, era già considerata di età veneranda, tanto che sulla sua fine si formularono due ipotesi. La prima dice che sia stata rinnovata; la seconda dice che fosse stata travolta da una valanga. D’altra parte, i parroci di S. Gaudenzio di Baceno erano scontenti dell’area in cui si trovava la chiesa, perché, per raggiungerla, il sentiero era molto pericoloso, soprattutto in inverno.
Venne costruita una nuova chiesa (foto), che si presenta ancora oggi bella, perché dotata di tutto l’occorrente. I salecchiesi potevano vantarsi della nuova costruzione, ma non avevano ancora parroci fissi a causa della povertà e della difficoltà di comunicare con i giovani (pochi religiosi conoscevano il tedesco). Nel 1682, gli abitanti elessero un pastore che parlasse la loro lingua e nel 1727 riuscirono ad averne uno completamente libero da impegni con Baceno. D’altronde, l’importanza di un prete per il villaggio era incalcolabile, visto che spesso rivestiva anche la funzione di maestro (insegnava a leggere, scrivere e far di conto).

La vita quotidiana

La vita economica di Salecchio, basata sull’autosufficienza assoluta, non aveva altre risorse oltre alla pastorizia, al pari con Agaro. Il paese non era una via di transito (come Formazza), né possedeva miniere (come Macugnaga): l’unica fonte di ricchezza era l’allevamento del bestiame. La sua economia era un modello “sbilanciato”, perché le coltivazioni si riducevano allo sfalcio e a tre tipi di colture: patata, segale e canapa (ma, in realtà, al pascolo si toglieva qualche pezzo di terra). La normale fienagione, inoltre, non era sufficiente, per cui si doveva raccogliere fieno selvatico: il nech e l’erba di rupe che crescevano sulle pareti rocciose; poi il fieno si accumulava nei mèe (punti di raccolta di fieno). La raccolta del foraggio era l’evento principale, poiché si faceva un taglio all’anno che doveva durare fino a giugno, quando il bestiame poteva pascolare fino ad agosto. Per raccogliere il foraggio ci si recava fin sotto il Pizzo Martello, ma bisognava affrontare fatiche e pericoli; dopodiché si trasportavano i fasci nel fienile. Tale lavoro veniva eseguito da tutta la comunità.
A cominciare dal XVII secolo, con l’arrivo dell’età glaciale, la vita divenne più dura per tutti, soprattutto ad alta quota, visto l’avanzare dei ghiacciai: c’era sempre meno terra da coltivare o da adibire a pascolo; ciò indusse i salecchiesi ad emigrare. Le mete erano soprattutto Roma, Bologna e Ferrara. A Roma crearono anche un’associazione, i “Compagni di S.Antonio”, che inviarono molto denaro per la chiesa della comunità. Più tardi, i salecchiesi finirono per emigrare anche in America con un viaggio senza ritorno (nel 1850 se ne andò il 25 % della popolazione). Così il numero degli abitanti scese sempre più. Nel ‘600 gli abitanti erano circa 90; nel ‘700 raggiunsero i 125; nell’800 e nel 900 scesero a 20, per poi abbandonare definitivamente il villaggio (1966).
Il loro isolamento ha fatto sì che abbiano mantenuto conoscenze arcaiche, scomparse altrove. Ad esempio, fino alla fine della prima guerra mondiale, i salecchiesi misuravano il tempo all’antica. Quando era sera, all’Ave Maria, si regolavano gli orologi alle 12.00. D’estate le 12.00 cadevano più tardi: così, quando gli orologi segnavano le 4.00, il sole era allo zenit e si pranzava. D’inverno, la notte iniziava alle 5.00: così, gli orologi di Salecchio segnavano le 7.00 e si cenava. 
I salecchiesi mantennero sempre buoni rapporti con i vallesani; per comprare oggetti, si attraversava il passo d’Arbola. Andavano nel Vallese, esercitando il contrabbando, anche quando lo stato sardo aveva chiuso la frontiera. In seguito, quando ci fu il passaggio da un’economia autarchica ad un’economia di consumo, Salecchio e il Vallese dovettero frequentare la valle Antigorio. Dovettero mantenere questi rapporti soprattutto dopo la seconda guerra mondiale. D’altronde, già da tempo, erano state istituite scuole pubbliche per insegnare a tutti l’italiano, che loro non comprendevano. Oggi, alcuni salecchiesi restano a conoscenza del loro vecchio idioma, ma quelli che lo parlano e comprendono sono sempre di meno. Altri, invece, non conoscono più la lingua dei loro padri; anzi, si sono fusi completamente con la cultura e la mentalità italiana. Il rischio che il dialetto dei walser di Salecchio scompaia per sempre è quanto mai reale e imminente.

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